Archive for the 'pirateria' Category

Yes We Pirate

07/07/2011

[Repost da Digital Piracy]
Quali sono le ragioni che spingono una persona a condividere un file piratato su una piattaforma di file sharing? Perché rippare un CD o un DVD, hackerare un software o un videogame e condividerlo con perfetti sconosciuti?

La domanda, che potrebbe sembrare di scarso rilievo, fornisce una serie di spunti utili per capire come affrontare la pirateria e le scelte di coloro che per primi mettono in circolazione contenuti sui circuiti P2P.

Su Quora è nato un thread proprio su questo argomento e fornisce alcune risposte interessanti. Leggi il seguito di questo post »

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Come combattere la pirateria in cinque minuti

01/07/2011

[Re-post da Digital Piracy]

Cinque minuti. Venti slide temporizzate. Quindici secondi l’una e l’obiettivo di spiegare agli astanti che la pirateria non è poi tutto questo guaio.

Qualche giorno fa al Forum della comunicazione ho partecipato al mio primo Ignite. Ora, visto che i byte me lo concedono, proverò a motivare meglio alcuni suggerimenti che ho cercato di mettere insieme nel tentativo di spiegare come  imparare ad amare la pirateria e vivere felici.

Saltiamo i convenevoli e la presentazione della ricerca (slide 1 e 2) e arriviamo al dunque, ma non dimentichiamoci il punto di partenza: (slide 3) l’idea che la pirateria non sia un nemico, piuttosto un opportunità; uno strumento promozionale, un generatore di innovazioni. Quindi:
  • 4 – Combattere la pirateria significa ripensare il proprio modello di business e il proprio rapporto con i pirati e con i fan di un prodotto culturale. In generale, le industrie culturali sembrano preferire la ciriminalizzazione delle pratiche degli utenti all’innovazione delle dinamiche produttive e distributive. Preferiscono indurre il terrore piuttosto che cercare di comprendere le ragioni dei cosiddetti pirati.
  • 5 – Come dice Chris Anderson
If it’s digital, sooner or later it wil be free.
L’accesso gratuito ai contenuti è un modo per costruire una larga community, per aumentare la penetrazione di un prodotto nel mercato e incoraggiare la partecipazione diretta. Tuttavia la pirateria è un fenomeno esterno ai modelli di free economy, non è certo una scelta ponderata, inscritta in un modello di business.
  •  6 – Però bisogna anche chiedersi quale sia il vero problema di un creatore di prodotti culturali. Ci aiuta Tim O’Rielly che afferma :
An artist’s enemy is obscurity, not piracy
È più utile mantere il ferreo controllo sui prodotti culturali o lasciare che le persone li condividano anche con strumenti non del tutto leciti?
  • 7 – Secondo Univideo, FAPAV, MAPAA ,RIAA, il principale fattore di crisi delle industrie culturali è la pirateria– ammesso che ci sia una crisi.
  • 8 – Di segno completamente opposto sono le posizioni del  GAO – United States Government Accountability Office (pdf), del Governo olandese (pdf) e di  un numero significativo di ricercatori indipendenti concordi nel sostenere che gli effetti della pirateria non siano quantificabili e rilevanti: nei fatti non è possibile stabilire con certezza assoluta una netta relazione tra eventuali cali dei consumi e pirateria.
  • 9 – Ma se volessimo affrontare il problema della pirateria e cercare di ridurre le pratiche illegali e convogliarle verso canali legali e istituzionali cosa dovremmo fare? Quali potrebbero essere le scelte operative per convincere i pirati a rivolgersi a servizi a pagamento? Ecco alcune possibili linee guida da seguire:
  • 10 – Adottare una politica di prezzi al ribasso e modulare possibilità di accesso che incontrino esigenze di budget differenti (dal noleggio singolo, all’abbonamento…)
  • 11 – Colmare le lacune distributive. Anche quelle presenti nei mercati tradizionali, fatti di atomi: è prioritario sanare quei vuoti distributivi e infrastrutturali tipici di certe aree del sud Italia e delle periferie. Dove non arriva la distribuzione canonica e a pagamento arriva la pirateria.
  • 12 – Ascoltare le esigenze dei platform agnostic: coloro che fruiscono di contenuti a prescindere dalla piattaforma o dalle dimensioni delle schermo. Fornite loro tutti i formati disponibili sul mercato altrimenti qualcun altro lo farà al posto vostro.
  • 13 – Ascoltare le esigenze delle nicchie: fornire contenuti in lingua originale con sottotitoli, assecondare i palinsesti personali
  • 14 – Essere più veloci delle forme di intelligenza collettiva: lo ammette anche la Warner Broscon riferimento alle dinamiche di fansubbing strettemente legate alla distribuzione pirata.

In the international markets, illegal WB content in which pirates dub or subtitle themselves is increasingly popular. For one unspecified program Karakunnel [ director of business intelligence at WB] used as an example, it wasn’t until the third day after its initial airdate that one such pirate-created translated version accounted for 23% of pirated files of that particular program. By day 10, it accounted for 74%.
Said Karakunnel, “If we can get dubbed or subtitled language versions in the first two days, we can beat them to the punch.”

  • 15 – Ricordarsi che la pirateria è in grado di aggregare la domanda, far crescere la richiesta di prodotti complementari e creare effetti di network e quindi è in grado di conferire ad un prodotto una posizione dominante sul mercato. Ne sono un esempio Photoshop e il sistema operativo Windows.
  • 16 – Ricordarsi che i peggiori pirati sono migliori investitori: chi scarica avidamente consuma di più su canali legali. Lo dice la Warner Bros.:

Even the most diehard pirates spend some money, though less than more casual infringers. “One of the main things we’re doing is looking at why they do things legitimately on certain products and not on others,”

  • 17 – La pirateria crea persistenza, estende la vita media di un prodotto, incrina le ciclicità e le routine delle industrie culturali e crea dei mercati paralleli in cui i prodotti non finiscono fuori catalogo, non vengono più programmati in TV non vengono tolti dai palinsesti dei cinema o dagli scaffali di un negozio.
  •  18 – Non sottovalutare la capacità promozionale degli UGC soprattuto di quei prodotti creati dal basso a partire da forme di appropriazione indebita di contenuti. Gli UGC  sono capaci di innescare dinamiche di passaparola e di consumo a pagamento.
  • 19 – Infine, bisogna ricordarsi che la  volontà di pagare sembra essere strettamente legata alle dinamiche di partecipazione all’interno di una community.Gli utenti più attivi all’interno di servizi di free riding come Last.fm si dimostrano più sensibili verso forme di consumo a pagamento.
  •  20 – Queste sono alcuni dei nostri consigli per “sconfiggere la pirateria”. Quali sono i vostri?
[Re-post da Digital Piracy]

La pirateria vista da vicino si vede meglio

27/01/2011

Qualche giorno fa è stato presentato un report di FAPAV (Federazione anti-pirateria audiovisiva), e ripreso da Univideo (Unione Italiana Editoria Audiovisiva), relativo allo stato della pirateria online e della contraffazione di prodotti audiovisivi.

Alcuni dati sullo stato della pirateria previsto per il 2011:

Il 37% del campione intervistato, rappresentativo della popolazione italiana, ha fruito di copie pirata di contenuti audiovisivi nel corso dell’ultimo anno.
L’incidenza della pirateria è cresciuta, quindi, del 5% rispetto alla precedente ricerca FAPAV/IPSOS del 2009. Nello specifico la pirateria digitale è aumentata del 3%, come quella fisica, mentre la pirateria indiretta è aumentata del 5%.

La ricerca analizza anche l’impatto economico della pirateria, stimato intorno a 500 milioni di euro persi per i canali legali. Tra i canali legali, il maggior danno economico è subito dalla vendita (150 milioni) e dal noleggio (130 milioni) dei supporti ottici, mentre per il cinema il valore perso è di oltre 100 milioni.

E il report si chiude con alcune considerazioni che potevano essere interessanti se formulate 5 anni fa, ma al momento suonano un po’ come la scoperta dell’acqua calda:

Si rileva una significativa diminuzione della propensione alla pirateria, del 24 % nel caso in cui un nuovo film venisse distribuito contemporaneamente su tutti i mezzi e del 17% nel caso in cui il film venisse distribuito contemporaneamente in tutto il mondo.

Alcune osservazioni sui dati raccolti da FAPAV, sono indispensabili:

– la pirateria indiretta? COSA? E’ inaccettabile che si identifichi con il termine “pirateria” la pratica di prestare contenuti (su qualsiasi supporto) ad amici e parteni oppure di fruirne in compagnia. Il peer-to-friend è un fenomeno sostanziale per la creazione di passaparola e di effetti di network. Additarlo come pratica pirata rivela una miopia imbarazzante.

– Il danno economico: verrebbe da chiedere qual è il principio alla base del calcolo? Si applica un rapporto uno a uno (una copia piratata è uguale a una copia invenduta) e si moltiplica per il prezzo medio? Se il processo è questo, il risultato non è certo attendibile. L’effetto replacement, qualora sia rilevabile, non è certo calcolabile in quei termini: è stimato – per eccesso- intorno 20%. E soprattutto è stato considerato l’effetto sampling? Perché la Warner Bros. si è messa a studiare i comportamenti dei pirati traendone delle conclusioni molto acute, mentre in Italia la pirateria ancora non viene analizzata seriamente?

La cosa non stupisce. Anche la CISAC (la confederazione internazionale delle società di gestione dei diritti d’autore) porta avanti tesi molto simili a quelle di FAPAV e Univideo.
Guido Scorza su Daily Wired:

Il dato più allarmante […] è quello delle conclusioni di uno studio svolto dalla Tera consulting per conto della Camera di commercio internazionale (in realtà, più esattamente, per conto della Business Action to Stop Counterfeiting and Piracy – BASCAP della Camera di Commercio internazionale) secondo il quale, l’Europa, rischierebbe, da qui al 2015 di perdere oltre un milione e duecento mila posti di lavoro ed oltre 240 miliardi di euro a causa della pirateria.

I numeri fanno rabbrividire, ma viene da chiedersi, anche in questo caso, come sia stato effetuato il conteggio. Perché i conti non tornano. Infatti, secondo un report del 2010 del GAO (United States Government Accountability Office):

Despite significant efforts, it is difficult, if not impossible, to quantify the net effect of counterfeiting and piracy on the economy as a whole

In Olanda uno studio commissionato da quattro ministeri ha riscontrato che:

Every file downloaded does not result in one less CD, DVD or game sold. The degree of substitution is difficult to determine and controversial, yet we can state with certainty that there is no one-on-one correlation between file sharing and sales.

Quindi? A voi l’ardua sentenza…

The Pirate Bay – The Movie

02/09/2010

The Pirate Bay: Away From Keyboard (TPB: AFK) è il film documentario (ancora in lavorazione) sulla nascita di The Pirate Bay.

La notizia è che sono stati raccolti, grazie alle donazioni dei fan del più noto sistema di tracking di torrent, oltre 35,000 $ necessari per ultimare la lavorazione del film. La soglia minima necessaria era stata fissata a 25,000$, ma evidentemente l’affetto nei confronti di TPB è davvero profondo. E non potrebbe essere diversamente…

Ecco alcune informazioni sul film:

TPB AFK is a documentary about three computer addicts who redefined the world of media distribution with their hobby homepage The Pirate Bay. How did Tiamo, a beer crazy hardware fanatic, Brokep a tree hugging eco activist and Anakata – a paranoid hacker libertarian – get the White House to threaten the Swedish government with trade sanctions? TPB AFK explores what Hollywood’s most hated pirates go through on a personal level.

Il regista Simon Klose intervisterà oltre a Tiamo, Anakata e Brokep, i principali responsabili delle industrie culturali più soggette a pirateria, e indagherà le questioni legali nelle quali è stato coinvolto TPB

TPB AFK is not a fan movie about the Pirate Bay, neither is it a journalistic piece on copyright conflict. It’s an observational, character driven film about three guys whose hobby homepage became the embryo of a global political movement.

C’è ancora tempo fino al 26 settembre 2010 per sostenere il film via Kickstarter.

Vedere il © #1

28/07/2010


Johanna Blakley durante un TEDx ci spiega come funziona e come è applicato il copyright nel campo della moda: in sostanza è ignorato da tutti. Meglio: nel settore del fashion esistono potenti forme di protezioni per i trade mark, mentre il copyright sui singoli capi o le singole collezioni è piuttosto debole. Perchè?

• La prima spiegazione la fornisce Tom Ford [time: 28:27 ma anche il resto della discussione è di un certo livello, soprattutto quando Tom Ford fa il verso a Miuccia Prada]

Nei fatti, il consumatore di merci contraffatte non acquista prodotti di alta moda: la forma più estrema di copyright, all’interno del sistema della moda, è costituita dalle differenze sociali e di gusto che organizzano gerarchie e dinamiche di consumo.

• La seconda motivazione è magistralmente riassunta nella formidabile lezione di umiliazione di Miranda Priestly

Vodpod videos no longer available.

L’industria della moda e tutto l’indotto della moda si basano sull’atto di copiare, riprende e costruire su qualcosa di già visto attuando una dinamica di sfruttamento progressivo dell’idea che porta al suo esaurimento.

• La terza motivazione risiede in quella che Johanna definisce l’ecologia della creatività: copiare permette di creare dei trend (Miranda ha sempre ragione). I trend non arrivano necessariamente dall’alto, ma spesso sono il frutto del lavoro di remix dal basso: l’ispirazione arriva sempre dalla strada, si suol dire… Inoltre, le dinamiche di plagio portano alla creazione di oggetti e capi sempre più sofisticati nella ricerca dei materiali, nelle forme e nei processi produttivi: i processi di copiatura stimolano l’innovazione nel campo della moda; i designer si impegnano nella definizione di linee sempre più personali e sempre più complesse da riprodurre con sistemi low budget.

Queste le virtù del plagio secondo Johanna Blakley (ma va detto che è in buona compagnia).

• Democratization of fashion
• Faster establishment of global trends
• Induced obsolescence
• Acceleration in creative innovation

Altre industrie rifuggono il copyright: il design delle automobili così come quello del mobilio; l’industria alimentare non può mettere sotto copyright il design e le ricette dei cibi, i tatuatori ignorano il copyright e la lista potrebbe continuare.

Ma sono settori economicamente rilevanti rispetto a quelli in cui la legislazione su copyright e diritto d’autore è più rigida?

Gross sales & copyright protection

I settori in considerazione non sono immediatamente equiparabili, ma la tesi di base è: il copyright non c’è, eppure il settore prospera ugualmente!

Quindi perchè non fanno lo stesso le industrie culturali: cinema, editoria, musica perchè non si spostano verso una prospettiva di revisione della normativa sul copyright e sul diritto d’autore?

La risposta nei prossimi episodi…

©riminals

25/01/2010

Se vi è piaciuto RIP: A Remix Manifesto (a me è piaciuto molto), se vi piace il rap (mmm… fatico a digerirlo), se vi interessano le questioni legali, creative ed economiche legate alla produzione musicale, e soprattutto relative la musica riciclante, basata su campionamenti e mashup, bhè allora una sbirciatina qua e là a Copyright Criminal potrebbe fare al caso vostro. Poi, per una visione più attenta e magari dal divano, c’è ancheil DVD in vendita su Amazon. E’ roba forte! è roba giovane!


Tutta colpa della pirateria?

18/09/2009

Lo scorso 8 settembre è stato reso noto il Rapporto Univideo sullo stato dell’Editoria Audiovisiva in Italia relativo all’anno 2008.

La situazione non è rosea: la crisi economica internazionale ha determinato una contrazione evidente di tutte le spese e, contrariamente a quanto si crede circa le abitudini di consumo nei periodi bui, gli Italiani non si sono rifugiati nell’intrattenimento d’evasione.

Il settore dell’home video ha registrato una diminuzione sensibile nelle vendite di DVD, calo che si è fatto più sensibile nel settore del noleggio. Ecco alcuni dati tratti dal Rapporto Univideo:

La spesa che le famiglie italiane hanno destinato all’acquisto di supporti audiovisivi si è assestata nel 2008 a 828 milioni di euro, il 17.1% in meno rispetto ai 998 milioni generati nel 2007

Nel 2008 il fatturato del canale vendita è sceso a 406.4 milioni di euro, accusando un calo del 14.2% per il complesso dei supporti Home Video, che ha portato le unità vendute a 33 milioni di pezzi (- 14.4% rispetto al 2007).

Gli acquisti di prodotti Home Video presso le edicole, dopo il consolidamento registrato nel 2007, hanno evidenziato nel 2008 una riduzione del giro d’affari di entità lievemente superiore a quella del canale vendita (-15%), facendo scendere il fatturato su livelli prossimi ai 260.7 milioni di euro.

Tra il canali di consumo dell’Home Video il mercato del noleggio si conferma il più penalizzato: nel 2008 il giro di affari ha, infatti, mostrato una flessione complessiva del 26.5%, legata ad una riduzione degli atti di noleggio di pari entità, che ne segnala la stabilità dei prezzi.

La situazione per il 2009 non sembra migliorare:

Il quadro atteso per la seconda parte del 2009 si conferma difficile. Eventi sportivi di un qualche interesse (Mondiali di nuoto, Confederation Cup) distoglieranno l’attenzione dello spettatore ed anche la stagione climatica dell’estate 2009 si prospetta particolarmente calda. A questi fattori si aggiunge un quadro congiunturale che si manterrà negativo per tutto l’anno, con una forte contrazione dei consumi, in particolare per quelli non obbligati. Il settore continua ad essere penalizzato dalla concorrenza di forme di intrattenimento domestico, ma soprattutto danneggiato da forme di pirateria sempre più aggressive, in assenza di politiche che riducano il download illegale.

Come si legge, da alcuni anni a questa parte nei Rapporti Univideo, sembra che la pirateria sia l’unico male del settore audiovisivo italiano.

Superare l’ostacolo della pirateria appare fondamentale per favorire lo sviluppo di un mercato legale della distribuzione digitale. Nel nostro Paese la percentuale di utenti paganti per la visione di film in internet è infatti irrisoria se paragonata a quella di coloro che vi accedono gratuitamente dalla rete o con il P2P.

Nell’indagine di Univideo, però manca una ricognizione precisa sui servizi già disponibili per il download legale. Perché la percentuale di utenti disposti a pagare per ottenere un film é così bassa? A tal proposito il Rapporto presenta alcuni dati poco significativi: in merito ai canali di distribuzione digitale legali disponibili in Italia non vengono forniti dati esaustivi. Pare che gli editori siano interessati al settore, ma questo non dice nulla sul tipo di investimento, sulle tipologie di piattaforma e sui modelli di vendita adottati. Trapelano solo alcune indicazioni generiche: Internet come piattaforma distributiva (il mobile viene ignorato nonostante la penetrazione dei dispositivi mobili raggiunga in Italia l’88,5%) associato al modello del download to own.
A influire sulla penetrazione della distribuzione digitale concorrono, ovviamente, gli accordi stabiliti con gli internet provider, il grado di penetrazione della banda larga (42% delle famiglie italiane, molto arretrata rispetto alla media europea), la dimestichezza con le tecnologie digitali, la qualità e l’ampiezza d’offerta di contenuti, e ancora una volta la pirateria.

Quello che però sembra emergere dal Rapporto Univideo è una profonda incomprensione del fenomeno della pirateria. Permangono alcuni stereotipi tipici di un approccio datato al problema. Si ignora che:
– la pirateria può funzionare come strumento in grado di innescare il passaparola e quindi incidere positivamente sulle vendite;
– la pirateria persiste se non esistono alternative di accesso ai contenuti legali, alternative che devono essere efficienti ed economicamente appetibili (non si può vendere un file allo stesso prezzo di un DVD);
– la pirateria vince sulle logiche distributive perché permette di creare un contatto diretto tra utente e contenuto. Un ripensamento radicale delle finestre distributive è fondamentale per innescare dinamiche di affezione al prodotto audiovisivo che le lunghe attese dei passaggi tradizionali inevitabilmente soffocano.

Insomma, è fin troppo facile occuparsi di un settore così specifico dell’audiovisivo, quelle dei supporti audiovisivi (VHS, DVD, Blu-Ray) e poi accusare un agente esterno della contrazione del mercato senza conoscere a fondo questo infiltrato, e senza proporre un nuovo approccio alla distribuzione che tenga conto delle dinamiche del Web.

Per concludere in allegria l’orrido spot, promosso da Univideo e Confindustria, per promuovere il consumo di DVD.

Understanding Susan Boyle

25/04/2009

Come spiegare l’enorme successo di Susan Boyle, la concorrente un po’ ordinaria, dal look decisamente poco televisivo che ha avuto il coraggio di esibirsi di fronte a gente da talent show?

Henry Jenkins spiega il fenomeno Boyle sul suo blog, Confession of an Aca-fan.

Ecco alcuni dei passaggi principali:

:: I numeri: i Boyle-oriented video presenti su diversi social network sono stati visti 85,2 milioni di volte.

:: Il video di Susan Boyle non è un video virale. Il modello della viralità presuppone un utente passivo che non controlla il flusso di informazioni. Nel modello degli spreadble media gli utenti scelgono cosa diffondere attraverso le piattaforme che ritengono più congeniali.

:: Il fenomeno Boyle non avrebbe funzionato nello stesso modo se non ci fossero stai i social network, i portali di videosharing e i micro-blog. Queste sono le uniche infrastrutture che permettono di condividere i contenuti e creare effetti glocal.

:: Perchè gli utenti hanno scelto di diffondere il video di Susan Boyle? Non c’è una risposta univoca. Ogni persona sceglie di far circolare un contenuto per ragioni ogni volta differenti, personali. In base a queste motivazioni soggettive, gli utenti scelgono anche lo strumento con cui diffondere il contenuto (e-mail, facebook, youtube…)

:: Non è rilevante la qualità del contenuto (triviale, volgare, effimero o aulico, raffinato, dotto) ma la conversazione che si crea intorno a questo contenuto (triviale, volgare, effimera o aulica, raffinata, dotta).

:: Diversi interessi sono coinvolti: gli interessi dei produttori dello show e gli interessi dei fan. I primi sono mossi da questioni di ordine economico e sono motivati affinché i video di Susan Boyle circolino nella rete, mentre le relazioni tra gli utenti si basano su principi di economia del dono. In questo contesto i rapporti tra le due parti devono essere rinegoziati.

:: Gli utenti che hanno visto e scaricato il video sono un surplus audiance di Britain’s Got Talent. Soprattutto se si considera il territorio americano dove il talent show non ha distribuzione. I contenuti relativi allo show possono pertanto essere consumati solo attraverso il download illegale.

:: Ancora una volta la pirateria colma le mancanze delle industrie culturali che non sono abbastanza veloci per oraganizzare un sistema di distribuzione del talent show oltre oceano e oltre la Manica.

:: Al momento non esiste un accordo tra le parti in gioco (produttori del talent show, Susan Boyle e YouTube) per monetizzare il successo del fenomeno e suddividere gli introiti ottenuti da YouTube.

:: Susan Boyle è piaciuta agli americani perché è dannatamente british.

:: Quando ci piace qualcosa cerchiamo subito altre informazioni. In base a questo principio, la voce di Wikipedia relativa alla cantante britannica è stata subito poplata di notizie ed è iniziata la ricerca di informazioni relative al disco in cui la Boyle canta Cry Me A River. Inoltre, è aumentata la ricerca di video relativi a Elaine Paige, punto di riferimento dichiarato della Boyle.

:: Al momento Susan Boyle non ha bisogno dei media vecchio stampo per aver successo.

8 buoni motivi per amare la pirateria e vivere felici

16/04/2009

1. La pirateria è un problema solo se non la si considera come un’opportunità. Bisogna solo saper riformulare il proprio business model.
2. Una copia piratata non equivale a una copia invenduta. Gli incassi al botteghino lo dimostrano.
3. Il creatore di contenuti non vive grazie al copyright (a meno che non si tratti di Stephen King).
4. La pirateria incoraggia l’acquisto di altri prodotti (vedi merchandising, concerti, edizioni speciali).
5. La pirateria stimola il passa parola e quindi la reputazione di un artista o di un prodotto.
6. La pirateria colma le lungaggini, la lentezza e le lacune dei distributori.
7. Le stime relative ai danni della pirateria sono sbagliate, non aggiornate o sopravvalutate.
8. Gli spot antipirateria sono tremendi

Ruba questo film

02/04/2009

Il diciassette aprile sarà il giorno del giudizio per gli amministratori di The Pirate Bay. In attesa di conoscere le sorti del più noto e popolare sito di aggregazione di file torrent, è possibile farsi un’idea più precisa delle questioni in gioco grazie a una serie di documentari dal titolo fomentatore: Steal This Film.

Il primo film, prodotto nel 2006 da The League of Noble Peers, da’ voce alle principali realtà svedesi mobilitate in difesa della libera circolazione della cultura a seguito delle pressioni subite dal governo locale da parte delle lobbies hollywoodiane per la messa al bando della Baia. Nel documentario intervengono, oltre agli amministratori di The Pirate Bay, gli esponenti di Piratbyrån, il bureau della pirateria, e del Pirate Party, il partito politico che a livello mondiale si batte per la riforma delle regolamentazioni su copyright, brevetti e diritto d’autore.

Il secondo documentario (decisamente più bello del primo) approfondisce il fenomeno dirompente e inesorabile della pirateria digitale che da anni ha cambiato le modalità di consumo di musica, film, software, libri e serie tv. I corsari digitali mashano fonti eterogenee, dalle interviste ad attivisti a scene rubate alle major, riuscendo a smontare con successo le posizioni intransigenti e intimidatorie delle lobbies. Sin dai tempi di Gutenberg ogni innovazione tecnologica fu percepita come una forma di violazione dei diritti delle industrie culturali. Stessa accoglienza per radio e TV, e ora la storia si ripete con il Web.

Gli attivisti intervistati si rivoltano: la pirateria non è un problema, è un’opportunità anche per le industrie culturali che si affannano in un mondo radicalmente cambiato e pretendono di giocare con le regole di un gioco che non diverte più da diverso tempo.

Steal This Film. The movie, terzo episodio della serie, è già in cantiere. The League of Noble Peers una sorta di collettivo 2.0, invita gli utenti a sostenere la causa con donazioni di denaro da effettuare attraverso il sito del progetto dal quale è possibile scaricare tutta la serie Steal This Film, i relativi sottotitoli in diverse lingue e il girato dei documentari affinchè altri videomaker possano remixarlo, riutilizzarlo e ridistribuirlo.

I nobili peer lavorano in contemporanea al film The Oil of 21st Century nato in risposta a un’affermazione di Mark Getty, direttore di Getty Image, secondo il quale la proprietà intellettuale sarà il petrolio del futuro.

Un’affermazione che ai bucanieri del Web suona come una dichiarazione di guerra per il controllo delle idee e dei pensieri. Una guerra che può sembrare ridicola, ma che deve essere presa sul serio.

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