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Come combattere la pirateria in cinque minuti

01/07/2011

[Re-post da Digital Piracy]

Cinque minuti. Venti slide temporizzate. Quindici secondi l’una e l’obiettivo di spiegare agli astanti che la pirateria non è poi tutto questo guaio.

Qualche giorno fa al Forum della comunicazione ho partecipato al mio primo Ignite. Ora, visto che i byte me lo concedono, proverò a motivare meglio alcuni suggerimenti che ho cercato di mettere insieme nel tentativo di spiegare come  imparare ad amare la pirateria e vivere felici.

Saltiamo i convenevoli e la presentazione della ricerca (slide 1 e 2) e arriviamo al dunque, ma non dimentichiamoci il punto di partenza: (slide 3) l’idea che la pirateria non sia un nemico, piuttosto un opportunità; uno strumento promozionale, un generatore di innovazioni. Quindi:
  • 4 – Combattere la pirateria significa ripensare il proprio modello di business e il proprio rapporto con i pirati e con i fan di un prodotto culturale. In generale, le industrie culturali sembrano preferire la ciriminalizzazione delle pratiche degli utenti all’innovazione delle dinamiche produttive e distributive. Preferiscono indurre il terrore piuttosto che cercare di comprendere le ragioni dei cosiddetti pirati.
  • 5 – Come dice Chris Anderson
If it’s digital, sooner or later it wil be free.
L’accesso gratuito ai contenuti è un modo per costruire una larga community, per aumentare la penetrazione di un prodotto nel mercato e incoraggiare la partecipazione diretta. Tuttavia la pirateria è un fenomeno esterno ai modelli di free economy, non è certo una scelta ponderata, inscritta in un modello di business.
  •  6 – Però bisogna anche chiedersi quale sia il vero problema di un creatore di prodotti culturali. Ci aiuta Tim O’Rielly che afferma :
An artist’s enemy is obscurity, not piracy
È più utile mantere il ferreo controllo sui prodotti culturali o lasciare che le persone li condividano anche con strumenti non del tutto leciti?
  • 7 – Secondo Univideo, FAPAV, MAPAA ,RIAA, il principale fattore di crisi delle industrie culturali è la pirateria– ammesso che ci sia una crisi.
  • 8 – Di segno completamente opposto sono le posizioni del  GAO – United States Government Accountability Office (pdf), del Governo olandese (pdf) e di  un numero significativo di ricercatori indipendenti concordi nel sostenere che gli effetti della pirateria non siano quantificabili e rilevanti: nei fatti non è possibile stabilire con certezza assoluta una netta relazione tra eventuali cali dei consumi e pirateria.
  • 9 – Ma se volessimo affrontare il problema della pirateria e cercare di ridurre le pratiche illegali e convogliarle verso canali legali e istituzionali cosa dovremmo fare? Quali potrebbero essere le scelte operative per convincere i pirati a rivolgersi a servizi a pagamento? Ecco alcune possibili linee guida da seguire:
  • 10 – Adottare una politica di prezzi al ribasso e modulare possibilità di accesso che incontrino esigenze di budget differenti (dal noleggio singolo, all’abbonamento…)
  • 11 – Colmare le lacune distributive. Anche quelle presenti nei mercati tradizionali, fatti di atomi: è prioritario sanare quei vuoti distributivi e infrastrutturali tipici di certe aree del sud Italia e delle periferie. Dove non arriva la distribuzione canonica e a pagamento arriva la pirateria.
  • 12 – Ascoltare le esigenze dei platform agnostic: coloro che fruiscono di contenuti a prescindere dalla piattaforma o dalle dimensioni delle schermo. Fornite loro tutti i formati disponibili sul mercato altrimenti qualcun altro lo farà al posto vostro.
  • 13 – Ascoltare le esigenze delle nicchie: fornire contenuti in lingua originale con sottotitoli, assecondare i palinsesti personali
  • 14 – Essere più veloci delle forme di intelligenza collettiva: lo ammette anche la Warner Broscon riferimento alle dinamiche di fansubbing strettemente legate alla distribuzione pirata.

In the international markets, illegal WB content in which pirates dub or subtitle themselves is increasingly popular. For one unspecified program Karakunnel [ director of business intelligence at WB] used as an example, it wasn’t until the third day after its initial airdate that one such pirate-created translated version accounted for 23% of pirated files of that particular program. By day 10, it accounted for 74%.
Said Karakunnel, “If we can get dubbed or subtitled language versions in the first two days, we can beat them to the punch.”

  • 15 – Ricordarsi che la pirateria è in grado di aggregare la domanda, far crescere la richiesta di prodotti complementari e creare effetti di network e quindi è in grado di conferire ad un prodotto una posizione dominante sul mercato. Ne sono un esempio Photoshop e il sistema operativo Windows.
  • 16 – Ricordarsi che i peggiori pirati sono migliori investitori: chi scarica avidamente consuma di più su canali legali. Lo dice la Warner Bros.:

Even the most diehard pirates spend some money, though less than more casual infringers. “One of the main things we’re doing is looking at why they do things legitimately on certain products and not on others,”

  • 17 – La pirateria crea persistenza, estende la vita media di un prodotto, incrina le ciclicità e le routine delle industrie culturali e crea dei mercati paralleli in cui i prodotti non finiscono fuori catalogo, non vengono più programmati in TV non vengono tolti dai palinsesti dei cinema o dagli scaffali di un negozio.
  •  18 – Non sottovalutare la capacità promozionale degli UGC soprattuto di quei prodotti creati dal basso a partire da forme di appropriazione indebita di contenuti. Gli UGC  sono capaci di innescare dinamiche di passaparola e di consumo a pagamento.
  • 19 – Infine, bisogna ricordarsi che la  volontà di pagare sembra essere strettamente legata alle dinamiche di partecipazione all’interno di una community.Gli utenti più attivi all’interno di servizi di free riding come Last.fm si dimostrano più sensibili verso forme di consumo a pagamento.
  •  20 – Queste sono alcuni dei nostri consigli per “sconfiggere la pirateria”. Quali sono i vostri?
[Re-post da Digital Piracy]
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La pirateria vista da vicino si vede meglio

27/01/2011

Qualche giorno fa è stato presentato un report di FAPAV (Federazione anti-pirateria audiovisiva), e ripreso da Univideo (Unione Italiana Editoria Audiovisiva), relativo allo stato della pirateria online e della contraffazione di prodotti audiovisivi.

Alcuni dati sullo stato della pirateria previsto per il 2011:

Il 37% del campione intervistato, rappresentativo della popolazione italiana, ha fruito di copie pirata di contenuti audiovisivi nel corso dell’ultimo anno.
L’incidenza della pirateria è cresciuta, quindi, del 5% rispetto alla precedente ricerca FAPAV/IPSOS del 2009. Nello specifico la pirateria digitale è aumentata del 3%, come quella fisica, mentre la pirateria indiretta è aumentata del 5%.

La ricerca analizza anche l’impatto economico della pirateria, stimato intorno a 500 milioni di euro persi per i canali legali. Tra i canali legali, il maggior danno economico è subito dalla vendita (150 milioni) e dal noleggio (130 milioni) dei supporti ottici, mentre per il cinema il valore perso è di oltre 100 milioni.

E il report si chiude con alcune considerazioni che potevano essere interessanti se formulate 5 anni fa, ma al momento suonano un po’ come la scoperta dell’acqua calda:

Si rileva una significativa diminuzione della propensione alla pirateria, del 24 % nel caso in cui un nuovo film venisse distribuito contemporaneamente su tutti i mezzi e del 17% nel caso in cui il film venisse distribuito contemporaneamente in tutto il mondo.

Alcune osservazioni sui dati raccolti da FAPAV, sono indispensabili:

– la pirateria indiretta? COSA? E’ inaccettabile che si identifichi con il termine “pirateria” la pratica di prestare contenuti (su qualsiasi supporto) ad amici e parteni oppure di fruirne in compagnia. Il peer-to-friend è un fenomeno sostanziale per la creazione di passaparola e di effetti di network. Additarlo come pratica pirata rivela una miopia imbarazzante.

– Il danno economico: verrebbe da chiedere qual è il principio alla base del calcolo? Si applica un rapporto uno a uno (una copia piratata è uguale a una copia invenduta) e si moltiplica per il prezzo medio? Se il processo è questo, il risultato non è certo attendibile. L’effetto replacement, qualora sia rilevabile, non è certo calcolabile in quei termini: è stimato – per eccesso- intorno 20%. E soprattutto è stato considerato l’effetto sampling? Perché la Warner Bros. si è messa a studiare i comportamenti dei pirati traendone delle conclusioni molto acute, mentre in Italia la pirateria ancora non viene analizzata seriamente?

La cosa non stupisce. Anche la CISAC (la confederazione internazionale delle società di gestione dei diritti d’autore) porta avanti tesi molto simili a quelle di FAPAV e Univideo.
Guido Scorza su Daily Wired:

Il dato più allarmante […] è quello delle conclusioni di uno studio svolto dalla Tera consulting per conto della Camera di commercio internazionale (in realtà, più esattamente, per conto della Business Action to Stop Counterfeiting and Piracy – BASCAP della Camera di Commercio internazionale) secondo il quale, l’Europa, rischierebbe, da qui al 2015 di perdere oltre un milione e duecento mila posti di lavoro ed oltre 240 miliardi di euro a causa della pirateria.

I numeri fanno rabbrividire, ma viene da chiedersi, anche in questo caso, come sia stato effetuato il conteggio. Perché i conti non tornano. Infatti, secondo un report del 2010 del GAO (United States Government Accountability Office):

Despite significant efforts, it is difficult, if not impossible, to quantify the net effect of counterfeiting and piracy on the economy as a whole

In Olanda uno studio commissionato da quattro ministeri ha riscontrato che:

Every file downloaded does not result in one less CD, DVD or game sold. The degree of substitution is difficult to determine and controversial, yet we can state with certainty that there is no one-on-one correlation between file sharing and sales.

Quindi? A voi l’ardua sentenza…

GCBC

11/06/2009

Dopo il successo del Pirate Party alle elezioni europee è doveroso ripescare un documentario danese realizzato per il Danish National Broadcasting Television network.

Il documentario in questione è Good Copy Bad Copy uno dei film più riusciti e interessanti dedicati alle tematiche del copyright e ai cambiamenti culturali, tecnologici ed economici al centro delle dinamiche di remix e delle pratiche di file sharing.

Il documentario, realizzato da Andreas Johnsen, Ralf Christensen, e Henrik Moltke, ospita gli interventi di attivisti, rappresentanti delle industrie culturali e artisti tra i quali Girl Talk e Danger Mouse (autore di uno dei mashup musicali più noti) Lawrence Lessing, Dan Glickman CEO dell’MPAA e Tiamo e Anakata di The Pirate Bay.

Uno degli aspetti più stimolanti di GCBC è la proposta di modelli di business alternativi a quelli copyright-oriented.

Il fenomeno del Techno Brega (di cui si è già parlato qui), ad esempio, dimostra come possa esistere un mercato musicale basato su un modello in cui l’idea di copyright sostanzialmente non esiste.

Invece, il caso di Nollywood (l’industria cinematografica Nigeriana), che ha adottato sistemi di produzione estremamente veloci grazie alla completa digitalizzazione delle fasi di lavorazione e all’adozione del direct-to-video, ha permesso di superare le tradizionali finestre distributive favorendo un business model in grado di proporre un’alternativa efficace alle annose frizioni tra la normativa sul copyright e le nuove possibilità offerte dalle tecnologie digitali.

Good Copy Bad Copy è apparso inizialmente su The Pirate Bay nel 2007 ed è stato successivamente distribuito con licenza creative commons. E’ possibile vederlo su Blip.tv e GoogleVideo o ottenere il torrent per il download sul sito dedicato.

Ecco la versione integrale. Buona visione.

Vodpod videos no longer available.

Se vi è piaciuto potete fare una donazione in denaro dimostrando che il file sharing può essere economicamente interessante.

Understanding Susan Boyle

25/04/2009

Come spiegare l’enorme successo di Susan Boyle, la concorrente un po’ ordinaria, dal look decisamente poco televisivo che ha avuto il coraggio di esibirsi di fronte a gente da talent show?

Henry Jenkins spiega il fenomeno Boyle sul suo blog, Confession of an Aca-fan.

Ecco alcuni dei passaggi principali:

:: I numeri: i Boyle-oriented video presenti su diversi social network sono stati visti 85,2 milioni di volte.

:: Il video di Susan Boyle non è un video virale. Il modello della viralità presuppone un utente passivo che non controlla il flusso di informazioni. Nel modello degli spreadble media gli utenti scelgono cosa diffondere attraverso le piattaforme che ritengono più congeniali.

:: Il fenomeno Boyle non avrebbe funzionato nello stesso modo se non ci fossero stai i social network, i portali di videosharing e i micro-blog. Queste sono le uniche infrastrutture che permettono di condividere i contenuti e creare effetti glocal.

:: Perchè gli utenti hanno scelto di diffondere il video di Susan Boyle? Non c’è una risposta univoca. Ogni persona sceglie di far circolare un contenuto per ragioni ogni volta differenti, personali. In base a queste motivazioni soggettive, gli utenti scelgono anche lo strumento con cui diffondere il contenuto (e-mail, facebook, youtube…)

:: Non è rilevante la qualità del contenuto (triviale, volgare, effimero o aulico, raffinato, dotto) ma la conversazione che si crea intorno a questo contenuto (triviale, volgare, effimera o aulica, raffinata, dotta).

:: Diversi interessi sono coinvolti: gli interessi dei produttori dello show e gli interessi dei fan. I primi sono mossi da questioni di ordine economico e sono motivati affinché i video di Susan Boyle circolino nella rete, mentre le relazioni tra gli utenti si basano su principi di economia del dono. In questo contesto i rapporti tra le due parti devono essere rinegoziati.

:: Gli utenti che hanno visto e scaricato il video sono un surplus audiance di Britain’s Got Talent. Soprattutto se si considera il territorio americano dove il talent show non ha distribuzione. I contenuti relativi allo show possono pertanto essere consumati solo attraverso il download illegale.

:: Ancora una volta la pirateria colma le mancanze delle industrie culturali che non sono abbastanza veloci per oraganizzare un sistema di distribuzione del talent show oltre oceano e oltre la Manica.

:: Al momento non esiste un accordo tra le parti in gioco (produttori del talent show, Susan Boyle e YouTube) per monetizzare il successo del fenomeno e suddividere gli introiti ottenuti da YouTube.

:: Susan Boyle è piaciuta agli americani perché è dannatamente british.

:: Quando ci piace qualcosa cerchiamo subito altre informazioni. In base a questo principio, la voce di Wikipedia relativa alla cantante britannica è stata subito poplata di notizie ed è iniziata la ricerca di informazioni relative al disco in cui la Boyle canta Cry Me A River. Inoltre, è aumentata la ricerca di video relativi a Elaine Paige, punto di riferimento dichiarato della Boyle.

:: Al momento Susan Boyle non ha bisogno dei media vecchio stampo per aver successo.

8 buoni motivi per amare la pirateria e vivere felici

16/04/2009

1. La pirateria è un problema solo se non la si considera come un’opportunità. Bisogna solo saper riformulare il proprio business model.
2. Una copia piratata non equivale a una copia invenduta. Gli incassi al botteghino lo dimostrano.
3. Il creatore di contenuti non vive grazie al copyright (a meno che non si tratti di Stephen King).
4. La pirateria incoraggia l’acquisto di altri prodotti (vedi merchandising, concerti, edizioni speciali).
5. La pirateria stimola il passa parola e quindi la reputazione di un artista o di un prodotto.
6. La pirateria colma le lungaggini, la lentezza e le lacune dei distributori.
7. Le stime relative ai danni della pirateria sono sbagliate, non aggiornate o sopravvalutate.
8. Gli spot antipirateria sono tremendi

Techno brega

15/04/2009

Belem, nord del Brasile. Qui la scena musicale del Techno Brega si anima ogni week-end con le sonorità di remix brasileri.

Il Techno Brega è innanzitutto un modello di business emergente per il mondo musicale; un modello che ignora completamente la questione del copyright. Perchè in Brazile la musica non vive nei CD, ma nei party che animano i fine settimana delle periferie di Belem.

The Tecno Brega music is “born free” in the sense that copyright protection is not a part of the business model developed by its creators. The CDs sold are utilized as marketing material– advertisements for the highly popular weekly “sound system” parties. The Tecno Brega CDs are sold by local street vendors as per arrangements with the local recording studios. At a mere US$1.50, the CDs are highly affordable by the local population, thus providing greater access to the music at a grassroots level.

I concerti vengono promossi tramite i CD muiscali venduti ai bordi delle strade da “pirati”, cioè veri e propri rivenditori che ottengono una copia del disco dai produttori dei Dj di Techno Brega.

Gli unici a fare soldi con la vendita dei CD sono i venditori. I CD sono solo uno strumento promozionale. La vendita lungo le strade a prezzi stracciati fa parte di questo sistema. La pirateria diventa uno strumento di marketing. Perchè il core business per gli artisti e i produttori non è legato al numero di copie vendute, ma ai party che riescono ad attirare l’attenzione di migliaia di persone.

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