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Screen and The City

25/08/2010

555 Kubik è una video istallazione urbana ideata per la Galerie der Gegenwartper del museo Hamburger Kunsthalle di Amburgo.

Il progetto è stato ideato da Urban Screen:

URBAN SCREENS a project by Urban Media Research Berlin, investigates how the currently commercial use of outdoor screens and related infrastructure for digital moving images in urban space can be broadened with cultural content. We address cultural fields as digital media culture, urbanism, architecture and art. We want to network and sensitise all engaged parties for the possibilities of using the digital infrastructure for contributing to a lively urban society, binding the screens more to the communal context of the space and therefore creating local identity and engagement. The integration of the current information technologies support the development of a new integrated digital layer of the city in a complex merge of material and immaterial space that redefine the function of this growing infrastructure of digital moving images.

Secondo Mirjam Struppek, l’anima e la principale promotrice di Urban Screen, possono essere considerati schermi urbani molteplici tipologie di facciate mediali: dai segnali al led, fino ai terminale delle stazioni. Ovvero:

Screens that support the idea of public space as space for creation and exchange of culture, strengthening a local economy and the formation of public sphere. Its digital nature makes these screening platforms an experimental visualisation zone on the threshold of virtual and urban public space

Uno schermo piazzato nel bel mezzo della città, sulla facciata di un palazzo, in una piazza, ci impone un nuovo modo di interagire con quel luogo, perché uno schermo, che ci piaccia o no, attira la nostra attenzione, organizza la nostra visione delle cose: selezioniamo informazioni, ci spostiamo nello spazio e interagiamo con esso in relazione a quel punto acceso. Quindi la percezione che abbiamo degli spazi pubblici cambia, e la distinzione tra pubblico e privato, tra interno ed esterno si modifica di conseguenza.

Gli schermi urbani possono diventare gli elmenti chiave nella definizione di strategie di gestione e controllo del territorio e dei cittadini; suggeriscono nuove forme di intrattenimento e di marketing; posso inoltre interagire e collegarsi con le pratiche online e riscrivere ulteriormente le soglie tra qui e altrove.

Ecco una serie di letture e approfondimenti utili, e un’altro esempio di facciata mediale.

Altri video di casi di media facade si possono trovare qui, oppure sul sito di Media Facade Festival.

Vedere il © #1

28/07/2010


Johanna Blakley durante un TEDx ci spiega come funziona e come è applicato il copyright nel campo della moda: in sostanza è ignorato da tutti. Meglio: nel settore del fashion esistono potenti forme di protezioni per i trade mark, mentre il copyright sui singoli capi o le singole collezioni è piuttosto debole. Perchè?

• La prima spiegazione la fornisce Tom Ford [time: 28:27 ma anche il resto della discussione è di un certo livello, soprattutto quando Tom Ford fa il verso a Miuccia Prada]

Nei fatti, il consumatore di merci contraffatte non acquista prodotti di alta moda: la forma più estrema di copyright, all’interno del sistema della moda, è costituita dalle differenze sociali e di gusto che organizzano gerarchie e dinamiche di consumo.

• La seconda motivazione è magistralmente riassunta nella formidabile lezione di umiliazione di Miranda Priestly

Vodpod videos no longer available.

L’industria della moda e tutto l’indotto della moda si basano sull’atto di copiare, riprende e costruire su qualcosa di già visto attuando una dinamica di sfruttamento progressivo dell’idea che porta al suo esaurimento.

• La terza motivazione risiede in quella che Johanna definisce l’ecologia della creatività: copiare permette di creare dei trend (Miranda ha sempre ragione). I trend non arrivano necessariamente dall’alto, ma spesso sono il frutto del lavoro di remix dal basso: l’ispirazione arriva sempre dalla strada, si suol dire… Inoltre, le dinamiche di plagio portano alla creazione di oggetti e capi sempre più sofisticati nella ricerca dei materiali, nelle forme e nei processi produttivi: i processi di copiatura stimolano l’innovazione nel campo della moda; i designer si impegnano nella definizione di linee sempre più personali e sempre più complesse da riprodurre con sistemi low budget.

Queste le virtù del plagio secondo Johanna Blakley (ma va detto che è in buona compagnia).

• Democratization of fashion
• Faster establishment of global trends
• Induced obsolescence
• Acceleration in creative innovation

Altre industrie rifuggono il copyright: il design delle automobili così come quello del mobilio; l’industria alimentare non può mettere sotto copyright il design e le ricette dei cibi, i tatuatori ignorano il copyright e la lista potrebbe continuare.

Ma sono settori economicamente rilevanti rispetto a quelli in cui la legislazione su copyright e diritto d’autore è più rigida?

Gross sales & copyright protection

I settori in considerazione non sono immediatamente equiparabili, ma la tesi di base è: il copyright non c’è, eppure il settore prospera ugualmente!

Quindi perchè non fanno lo stesso le industrie culturali: cinema, editoria, musica perchè non si spostano verso una prospettiva di revisione della normativa sul copyright e sul diritto d’autore?

La risposta nei prossimi episodi…

Quello che vedi è quello che senti

05/10/2009

È fin troppo facile dire che YouTube è una gran accozzaglia di spazzatura. È facile dirlo perché è vero: in quel gran paiolo audiovisivo ci trovi di tutto. Dalle scimmie di mare all’improbabile cover di Creep di Vasco Rossi. Ma YouTube ci piace anche soprattutto per questo, perché dentro c’è tutto quello che non avremmo mai osato vedere. O quasi.

L’aspetto più interessante di YouTube (e di molte delle piattaforme di videosharing) è che, nonostante il rumore e il disordine di superficie, è riuscito a dare i natali a forme espressive, mediali, creative (ma sì usiamo questa parola molesta) che non sarebbero mai potute nascere se non lì dentro. Un esempio? I video musicali dei Pomplamoose.
Prima di tutto, accordiamoci sulle parole: definirli video musicali è fuorviante e improprio perché il termine rimanda a qualcosa di già esistente e solo parzialmente affine a ciò che possiamo vedere sul canale YouTube del duo statunitense. Anche termini come video-music (ma non c’entra niente l’emittente TV) o video sampling risultano imprecisi. Vedere per credere.

Già la difficoltà di trovare un termine in grado di distillare la particolarità di questa pratica musicale la dice lunga sulla questione. I Pomplamoose (Jack Conte + Nataly Dawn) definiscono i loro pezzi VideoSong.

1. What you see is what you hear (no lip-syncing for instruments or voice).
2. If you hear it, at some point you see it (no hidden sounds).

Si tratta di composizioni musicali in cui la traccia video è utilizzata come strumento per la composizione della traccia audio. Detto altrimenti, le varie piste audio che costituiscono la tessitura sonora di una canzone (voce, basso, batteria, tastiere, varie ed eventuali), vengono incise anche su una traccia video. Quest’ultima sarà utilizzata per la composizione del brano finale: il risultato, infatti, è un prodotto inscindibile in audio e video, ma apprezzabile solo grazie all’unione dei due elementi.

I gradi di pertinenza tra audio e video possono variare: si passa da una composizione minuziosa basata rigorosamente sulla traccia video, ad altre più libere, come nei lavori di Julia Nunes.

Le cose si fanno più complesse per i lavori dei Pomplamoose nei quali gli artifici retorici del montaggio cinematografico servono a rendere visibile il tessuto sonoro di una canzone. Split-screen, dissolvenze, schermi multipli, diventano strumenti per rendere visiva la musica. L’arrangiamento di un pezzo musicale si trasforma in un’operazione di origine cinematografica, quanto meno nell’atto del montaggio. La composizione musicale è anche una composizione dell’inquadratura.
Un video di Jack Conte vale più di qualsiasi spiegazione.

In questo caso è impossibile stabilire se sia più rilevante la performance musicale o quella visiva. Viene prima l’editing del video o della traccia sonora? Chi può dirlo…
Di certo c’è che i VideoSong portano alla luce una nuova forma espressiva nata dalle esigenze di un canale dalle caratteristiche specifiche: lo sguardo in macchina imposto dalla webcam e la staticità del punto di vista. Proprio all’interno di questo “spazio obbligato”, i VideoSong inseguono la loro originalità. E la trovano in un posto dove si crede cresca solo pattume.

Fallo con i fan #2

13/07/2009

Questa volta i fan sono stati mobilitati per il videoclip di Hibi no Neiro, singolo del primo mini album dei giapponesi Sour.

The cast were selected from the actual Sour fan base, from many countries around the world. Each person and scene was filmed purely via webcam.
Director: Masashi Kawamura + Hal Kirkland + Magico Nakamura + Masayoshi Nakamura

Via.

Brat Pack Mashup

09/06/2009

AvoidantConsumer ha preso questa traccia musicale e ha mashato The Breakfast Club, Pretty in Pink e Footloose. Il risultato è diventato the unofficial best video dei Pheonix.

Come costruire un mostro a quattro occhi

12/05/2009

Four Eyed Monster è un film a sfondo autobiografico di Susan Buice e Arin Crumley e racconta il travaglio della loro storia d’amore.

Il film è stato realizzato nel 2005 e ha ufficialmente debuttato nello stesso anno al Slamdance Film Fastival, il contraltare “really indipendent” del Sundance.

Questo è il video della storia di come un piccolo film può conquistarsi un pubblico inaspettato grazie al Web.

Qui la stessa storia, in breve. Per chi non avesse voglia di vedersi i video, ecco la cronaca di come sono andate le cose (più o meno).

Dopo il debutto al Slamdance, Susan e Arin raccoglievano incoraggianti apprezzamenti da pubblico e critica. Durante le presentazioni del film, i due continuavano a video-documentare il loro successo, i loro rapporti interpersonali e l’immancabile frustrazione per la mancata distribuzione del film.

Nello stesso anno la Apple annunciava l’uscita del nuovo modello di iPod in grado di leggere anche file video.

I due filmaker colsero l’occasione per lanciare subito un video podcast con il quale raccontare il loro progetto, la tourné per i festival di tutta America e la solita delusione per l’assenza di un distributore interessato al film.

Gli otto episodi del podcast ottennero un successo inaspettato che fece crescere in modo esponenziale i fan di Four Eyed Monster e la voglia di vedere il film.

Nel frattempo continuava anche la ricerca di sale cinematografiche dove programmare il film: attraverso Google Map, Susan e Arin crearono una love map con la quale riuscirono a convincere diversi esercenti a proiettare il loro film solo grazie alle numerose aspettative dei fan registrate su una mappa virtuale. Il film venne proiettato per quattro giovedì consecutivi ottenendo un totale di 1691 spettatori.

Nel 2007 il film venne distribuito gratuitamente su YouTube per una settimana, ma il successo fu tale che la programmazione venne prolungata di un circa mese.

Grazie al prezioso lavoro di passa porola costruito sul Web, finalmente i due filmaker ottennero un accordo con Spout per la distribuzione on line del film: un dollaro per ogni sign up. E con questo contratto riuscirono a ripagare parte (40,000 $) delle spese sostenute (100,000 $) per la produzione e la promozione del film.

Contemporaneamente, iniziava anche la distribuzione della versione in DVD su diverse piattaforme tra cui Neoflix e B-side.

Ecco la trama del film e la ricezione critica.

La storia distributiva di Four Eyed Monster è molto più articolata e complessa di quanto raccontato qui: per saperne di più, sul sito dedicato al film, i due filmaker hanno racolto i podcast, i video delle conferenze dove hanno presentato il loro “mostro” e tutti i trucchi e i suggerimenti per passare dal podcast alla sala cinematografica senza dimenticare il merchandising.

Cutting My Friends

07/05/2009

Do androids dream of led sheeps?

18/03/2009

Regala un (malastrada)film

23/12/2008

Consideriamo il cinema come uno strumento capace di incidere nei processi umani e nelle dinamiche culturali della società contemporanea, ma lo concepiamo soprattutto come mezzo di ricerca dell’essere, mezzo per “riconoscere i momenti del sentire” come conseguenza di un atto impulsivo. C’è infatti, alla base, la volontà e la pretesa di voler costituire una rete che possa dibattere costantemente sulle opere e sugli autori, sulle teorie come sulle forme di diffusione possibili, e che possa attivare dei meccanismi, delle concatenazioni che passano per la letteratura, la grafica, la fotografia, il suono, il video.

Progetto ambizioso, sin dalle dichiarazioni programmatiche, quello della malastrada.film, piccola bottega cinematografica di ricerca che grazie all’impegno di più di mille produttori ha realizzato Tredici variazioni su un tema barocco. Ballata ai petrolieri in Val di Noto e Même Pére Même Mére. Un film de voyage. La svolta produttiva scelta da malastrada.film è quella delle produzioni dal basso: ognuno versa una piccola quota e riceve in cambio la copia del film e la menzione nei titoli. Per il collettivo catanese ricorrere al modello produttivo della partecipazione bottom-up assume una portata etica e politica: sorvolare quelle formule di finanziamento del cinema e della cultura che spesso spengono la ricerca linguistica ed espressiva a favore di temi, figure e spazi già frequentati.

Siamo sempre più convinti che la gente possa produrre la propria cultura, rendere possibile la realizzazione di opere e poi fruirne, liberamente, ed è per questo che abbiamo utilizzato il sistema di “produzione dal basso”, che ci ha consentito, attraverso la raccolta di piccole quote di coproduzione, la realizzazione di due film.

Si supera, finalmente, l’idea del “regista da salotto”, l’assistenzialismo del “cinema da commissione cultura”, in favore di una pratica del fare cinema che implica una presenza costante in tutte le fasi di creazione, di distribuzione e promozione del film.

Un meccanismo fatto di piccoli scambi che generano nella quantità, nel loro collegamento, una forza informativa incredibile, che mediante una giusta gestione e presa di coscienza viene applicata come una vera e propria forma parallela di produzione, che non scende a patti con nessuno proprio perché non vive nel territorio del compromesso.

Il prossimo progetto di malastrada.film prevede la realizzazione di tre film girati da autori differenti con un budget complessivo previsto è di 26.000 €. La quota minima di coproduzione è di 10 €. La coproduzione da diritto al download dei tre film in alta qualità. Con una quota maggiore è possibile ottenere la copia dei film in DVD.

Coproduci anche tu!

The Common Craft Show

12/12/2008

Common Craft è la compagnia di Sachi e Lee LeFever autori della nota web series …In Plain English.
L’impresa naque come società di consulenza specializzata nella formazione aziendale in ambito di comunità e processi online. Nel 2007 i LeFever iniziarono la produzione di alcuni video esplicativi sulle dinamiche e sugli strumenti del Web. Il loro primo lavoro, RSS in Plain English, ottenne un successo tale da guadagnarsi la prima pagina di Digg. Da quel momento la Common Craft ha creato video personalizzati per Google, LinkedIn e Microsoft.
Tutti i video di The Common Craft sono girati in tecnica mista (stop motion e live action) e utilizzano sagome di carta su fondo bianco conferendo ai video riconoscibilità e semplicità esplicativa.
Ogni mese sul loro canale YouTube, Sachi e Lee pubblicano una nuova video-spiegazione animata.

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