Cos’è il circuit bending? è la domanda a cui cerca di rispondere il documentario (in produzione già da diverso tempo) di absudity biz.
La risposta è tutt’altro che ovvia, ma al momento ci basta sapere che il circuit banding è la pratica di mandare in corto circuito oggetti elettronici a basso voltaggio come il Grillo Parlante delle Clementoni, le chitarre giocattolo dei bambini, il Furby, le console portatili per i videogame o le bambole parlanti con lo scopo di far uscire da questi prodotti modificati suoni e rumori diversi da quelli originali. L’oggetto sabotato diventa così una sorta di strumento musicale attraverso il quale comporre altra musica, nuovi suoni.
Al di là della geekeria e della nerditudine infinita che servono per praticare e apprezzare fino in fondo questa forma espressiva, mi sembra di poter indicare alcuni aspetti salienti del circuit bend.
:: Il circuit bend è un’opera di riciclaggio: ancora una volta, come succede per molte delle pratiche che caratterizzano una scheggia della cultura contemporanea come i mashup, il vidding e i machinima, costruire su qualcosa di pre-esistente, riutilizzare e rubare parti, pezzi e porzioni diventa la cifra distintiva di un atto creativo che scardina completamente il concetto di nuovo e di originale.
:: L’uso improprio, non consentito dal manuale d’istruzione, diventa un’attività conoscitiva, di auto-formazione e di innovazione. E chi se ne importa della garanzia. Lo dimostra anche una pratica affine al circuit bend come l’hacking di iPod, Playstation e Wii: attraverso lo smanettamento sull’hardware o tramite l’istallazione di un sistema operativo differente, improvvisamente si scoperchia il calderone della sperimentazione nel quale ribollono spunti e soluzioni innovative per il calcolo parallelo o più genuinamente per divertirsi con il noise.
:: Il circuit bend è un gesto nostalgico, un atto d’amore nei confronti di oggetti di intrattenimento quotidiano, magari passati di moda o lasciati a impolverarsi in uno scatolone perché ormai si è fuori tempo massimo per utilizzarli ancora. Come sostiene Marcin Ramocki, regista del documentario 8Bit, le azioni invasive sui prodotti dell’elettronica di consumo hanno lo scopo di rendere questi oggetti umani e riportarli nelle nostre vite.
Generation A, ideale continuazione di Generation X, è il nuovo libro di Douglas Coupland. L’omonimo podcast, disponibile solo su iTunes, nasce come strumento promozionale per il romanzo. La mini web series è composta da 3 episodi (non si sa se ne verrano rilasciati altri) che cercano di solleticare l’interesse su alcuni degli elementi presenti nel romanzo: la follia omicida nei confronti delle celebrità, un nuovo farmaco recentemente messo in commercio e ovviamente l’autore del romanzo stesso. La mini serie composta da episodi chiusi su se stessi, si propone di rispecchiare la natura frammentaria del libro proponendo formati, temi, tecniche narrative e soluzioni visive radicalmente opposte, ma tenute insieme dalla logica dell’accumulo di quei piccoli elementi che compongono il puzzle di un mondo futuro senza api. Speriamo di poter accumulare altri pezzeti di Generation A.
I love Alaska
Se Generation A è decisamente fuori da qualsiasi canone per i prodotti seriali per il Web, I love Alaska credo che faccia un ulteriore passo avanti. La web series, prodotta e distribuita da Minimovies, prende spunto da un fatto del 2004 quando AOL pubblicò per errore sul Web le query di 65.000 utenti. I Love Alaska ripercorre le ricerche dell’utente #711391 il quale si rivolge alla Rete come fosse un oracolo; grazie alle sue interrogazioni più ardite e bizzarre noi ci accorgiamo delle paure, delle frustrazioni e dei desideri di una donna di mezza età che cerca di riscoprire la vita attraverso un motore di ricerca. La voice over che legge gli interrogativi più bislacchi che si possano proporre a un search engine è accompagnata da lunghi, pigri, estenuanti piani sequenza nei quali il tempo è scandito dall’incresparsi di una nuvola o dal latrato impercettibile di un animale selvatico. La lunga attesa per la giusta risposta.
È fin troppo facile dire che YouTube è una gran accozzaglia di spazzatura. È facile dirlo perché è vero: in quel gran paiolo audiovisivo ci trovi di tutto. Dalle scimmie di mare all’improbabile cover di Creep di Vasco Rossi. Ma YouTube ci piace anche soprattutto per questo, perché dentro c’è tutto quello che non avremmo mai osato vedere. O quasi.
L’aspetto più interessante di YouTube (e di molte delle piattaforme di videosharing) è che, nonostante il rumore e il disordine di superficie, è riuscito a dare i natali a forme espressive, mediali, creative (ma sì usiamo questa parola molesta) che non sarebbero mai potute nascere se non lì dentro. Un esempio? I video musicali dei Pomplamoose.
Prima di tutto, accordiamoci sulle parole: definirli video musicali è fuorviante e improprio perché il termine rimanda a qualcosa di già esistente e solo parzialmente affine a ciò che possiamo vedere sul canale YouTube del duo statunitense. Anche termini come video-music (ma non c’entra niente l’emittente TV) o video sampling risultano imprecisi. Vedere per credere.
Già la difficoltà di trovare un termine in grado di distillare la particolarità di questa pratica musicale la dice lunga sulla questione. I Pomplamoose (Jack Conte + Nataly Dawn) definiscono i loro pezzi VideoSong.
1. What you see is what you hear (no lip-syncing for instruments or voice).
2. If you hear it, at some point you see it (no hidden sounds).
Si tratta di composizioni musicali in cui la traccia video è utilizzata come strumento per la composizione della traccia audio. Detto altrimenti, le varie piste audio che costituiscono la tessitura sonora di una canzone (voce, basso, batteria, tastiere, varie ed eventuali), vengono incise anche su una traccia video. Quest’ultima sarà utilizzata per la composizione del brano finale: il risultato, infatti, è un prodotto inscindibile in audio e video, ma apprezzabile solo grazie all’unione dei due elementi.
I gradi di pertinenza tra audio e video possono variare: si passa da una composizione minuziosa basata rigorosamente sulla traccia video, ad altre più libere, come nei lavori di Julia Nunes.
Le cose si fanno più complesse per i lavori dei Pomplamoose nei quali gli artifici retorici del montaggio cinematografico servono a rendere visibile il tessuto sonoro di una canzone. Split-screen, dissolvenze, schermi multipli, diventano strumenti per rendere visiva la musica. L’arrangiamento di un pezzo musicale si trasforma in un’operazione di origine cinematografica, quanto meno nell’atto del montaggio. La composizione musicale è anche una composizione dell’inquadratura.
Un video di Jack Conte vale più di qualsiasi spiegazione.
In questo caso è impossibile stabilire se sia più rilevante la performance musicale o quella visiva. Viene prima l’editing del video o della traccia sonora? Chi può dirlo…
Di certo c’è che i VideoSong portano alla luce una nuova forma espressiva nata dalle esigenze di un canale dalle caratteristiche specifiche: lo sguardo in macchina imposto dalla webcam e la staticità del punto di vista. Proprio all’interno di questo “spazio obbligato”, i VideoSong inseguono la loro originalità. E la trovano in un posto dove si crede cresca solo pattume.
Lo scorso 8 settembre è stato reso noto il Rapporto Univideo sullo stato dell’Editoria Audiovisiva in Italia relativo all’anno 2008.
La situazione non è rosea: la crisi economica internazionale ha determinato una contrazione evidente di tutte le spese e, contrariamente a quanto si crede circa le abitudini di consumo nei periodi bui, gli Italiani non si sono rifugiati nell’intrattenimento d’evasione.
Il settore dell’home video ha registrato una diminuzione sensibile nelle vendite di DVD, calo che si è fatto più sensibile nel settore del noleggio. Ecco alcuni dati tratti dal Rapporto Univideo:
La spesa che le famiglie italiane hanno destinato all’acquisto di supporti audiovisivi si è assestata nel 2008 a 828 milioni di euro, il 17.1% in meno rispetto ai 998 milioni generati nel 2007
Nel 2008 il fatturato del canale vendita è sceso a 406.4 milioni di euro, accusando un calo del 14.2% per il complesso dei supporti Home Video, che ha portato le unità vendute a 33 milioni di pezzi (- 14.4% rispetto al 2007).
Gli acquisti di prodotti Home Video presso le edicole, dopo il consolidamento registrato nel 2007, hanno evidenziato nel 2008 una riduzione del giro d’affari di entità lievemente superiore a quella del canale vendita (-15%), facendo scendere il fatturato su livelli prossimi ai 260.7 milioni di euro.
Tra il canali di consumo dell’Home Video il mercato del noleggio si conferma il più penalizzato: nel 2008 il giro di affari ha, infatti, mostrato una flessione complessiva del 26.5%, legata ad una riduzione degli atti di noleggio di pari entità, che ne segnala la stabilità dei prezzi.
La situazione per il 2009 non sembra migliorare:
Il quadro atteso per la seconda parte del 2009 si conferma difficile. Eventi sportivi di un qualche interesse (Mondiali di nuoto, Confederation Cup) distoglieranno l’attenzione dello spettatore ed anche la stagione climatica dell’estate 2009 si prospetta particolarmente calda. A questi fattori si aggiunge un quadro congiunturale che si manterrà negativo per tutto l’anno, con una forte contrazione dei consumi, in particolare per quelli non obbligati. Il settore continua ad essere penalizzato dalla concorrenza di forme di intrattenimento domestico, ma soprattutto danneggiato da forme di pirateria sempre più aggressive, in assenza di politiche che riducano il download illegale.
Come si legge, da alcuni anni a questa parte nei Rapporti Univideo, sembra che la pirateria sia l’unico male del settore audiovisivo italiano.
Superare l’ostacolo della pirateria appare fondamentale per favorire lo sviluppo di un mercato legale della distribuzione digitale. Nel nostro Paese la percentuale di utenti paganti per la visione di film in internet è infatti irrisoria se paragonata a quella di coloro che vi accedono gratuitamente dalla rete o con il P2P.
Nell’indagine di Univideo, però manca una ricognizione precisa sui servizi già disponibili per il download legale. Perché la percentuale di utenti disposti a pagare per ottenere un film é così bassa? A tal proposito il Rapporto presenta alcuni dati poco significativi: in merito ai canali di distribuzione digitale legali disponibili in Italia non vengono forniti dati esaustivi. Pare che gli editori siano interessati al settore, ma questo non dice nulla sul tipo di investimento, sulle tipologie di piattaforma e sui modelli di vendita adottati. Trapelano solo alcune indicazioni generiche: Internet come piattaforma distributiva (il mobile viene ignorato nonostante la penetrazione dei dispositivi mobili raggiunga in Italia l’88,5%) associato al modello del download to own.
A influire sulla penetrazione della distribuzione digitale concorrono, ovviamente, gli accordi stabiliti con gli internet provider, il grado di penetrazione della banda larga (42% delle famiglie italiane, molto arretrata rispetto alla media europea), la dimestichezza con le tecnologie digitali, la qualità e l’ampiezza d’offerta di contenuti, e ancora una volta la pirateria.
Quello che però sembra emergere dal Rapporto Univideo è una profonda incomprensione del fenomeno della pirateria. Permangono alcuni stereotipi tipici di un approccio datato al problema. Si ignora che:
- la pirateria può funzionare come strumento in grado di innescare il passaparola e quindi incidere positivamente sulle vendite;
- la pirateria persiste se non esistono alternative di accesso ai contenuti legali, alternative che devono essere efficienti ed economicamente appetibili (non si può vendere un file allo stesso prezzo di un DVD);
- la pirateria vince sulle logiche distributive perché permette di creare un contatto diretto tra utente e contenuto. Un ripensamento radicale delle finestre distributive è fondamentale per innescare dinamiche di affezione al prodotto audiovisivo che le lunghe attese dei passaggi tradizionali inevitabilmente soffocano.
Insomma, è fin troppo facile occuparsi di un settore così specifico dell’audiovisivo, quelle dei supporti audiovisivi (VHS, DVD, Blu-Ray) e poi accusare un agente esterno della contrazione del mercato senza conoscere a fondo questo infiltrato, e senza proporre un nuovo approccio alla distribuzione che tenga conto delle dinamiche del Web.
Per concludere in allegria l’orrido spot, promosso da Univideo e Confindustria, per promuovere il consumo di DVD.
A dimostrazione che la serialità sul web non si esaurisce nelle serie di tipo narrativo, i Today’s Talk di TED (distribuiti con questa dicitura su Facebook, ma accessibili anche dal sito ufficiale, in podcast dal TED blog e da iTunes) sono uno degli esempi più interessanti di come originare, da un evento di rilevanza internazionale – le TED Conferences - contenuti di alta qualità ideali per la distribuzione via Web. I TED Talk sono il punto di riferimento quotidiano per farsi un’idea sulle linee di ricerca e le soluzioni tecnologiche più innovative nei più svariati settori: dall’intrattenimento alla biologia, dall’ingegneria al design. Per ogni speach sono disponibili sottotitoli in diverse lingue redatti dagli utenti.
THE COMMON CRAFT SHOW
Ovvero quando la serialità è una questione di stile e riconoscibilità.
La serie In Plain English (di cui ho già parlato qui), punta tutto sull’efficacia di un linguaggio semplice, lineare e di grande riconoscibilità. Attraverso questa soluzione espressiva basata sulla commistione di animazione passo uno e live action, la serie riesce a illustrare con la limpidezza dei “for dummies” ogni tipo di fenomeno: dai meccanismi elettorali americani al funzionamento di un wiki.
KNOW YOUR MEME
In molti stanno cercando di capire come funzionano gli internet meme. Ci sta provando, a modo suo, anche Rocketboom con il progetto Internet Meme Database che contempla anche una serie interamente dedicata all’analisi smaliziata dei fenomeni del web. Il risultato è spassoso e non si limita a menar il can per l’aia, come fanno in molti, affermando che i video virali sono virali perché si diffondo come un virus… Grazie per l’indispensabile finezza dell’intuizione!
Questa del 2009 è stata un’estate caldo-umida, forzatamente urbana e votata alla serialità. Per sfangare il nulla compresso che attanaglia i palinsesti estivi, ho investito il mio tempo nella web flânerie sulle webseries. Ecco il resoconto di un’estate seriale!
Cosa sono le Web series? Wikipedia le definisce così:
A web series is a series of episodes released on the Internet or also by mobile or cellular phone, and part of the newly emerging medium called web television. A single instance of a web series program is called an episode (the term webisode has been largely deprecated).
In soldoni, sono una particolare forma seriale caratterizzata da brevità dei singoli webisode (una manciata di minuti – da da 2 a 10 circa) e distribuzione attraverso la Rete. Si tratta di contenuti audiovisivi adatti a una fruizione interstiziale, nomade e ovviamente veloce. Sono prodotti pensati per essere visti nelle pause di lavoro, in treno durante il tragitto casa-ufficio o come riempitivo per i buchi tra una stagione e l’altra di una serie TV tradizionale.
Posta in questi termini, però, la questione è ancora piuttosto vaga. L’universo delle serie TV ideate per il Web è una galassia sconfinata di prodotti di cui è difficile monitorare la produzione: giusto per farsi un’idea questa è la lista delle webseries presente su Wikipedia. E ne mancano parecchie…
Ecco, allora, qualche esempio di webseries per orientarsi nel mondo delle forme seriali per il Web.
*WEB SERIES S01E01*
THE GUILD
Do you Wanna Date My Avatar è il promo della terza stagione di The Guild, roba geekissima che si è guadagnata una menzione nella classifica delle migliori webseries redatta da Rolling Stones. Creata, interpretata e diretta da Felicia Day, The Guild si è accaparrata anche la benedizione di Joss Whedon (che ha diretto la creatrice della serie in diversi episodi di Buffy e di Dr. Horrible). La serie gira intorno alle vicende di un gruppo di sfigati – per i quali è impossibile non provare tenerezza – la cui vita sociale è scandita dalle sessioni di gioco on-line. Sul canale di YouTube di Watchtheguild è possibile vedersi gli episodi sottotitolati in italiano: la traduzione non è felicissima, ma aiuta a seguire meglio i dialoghi in salsa geek.
PHISTOPHICLES
Da Hungry Man TV, gli stessi creatori di Undercover Cheerleaders, si irradia la sapienza e la profondità di pensiero di Phistophicles, il meno noto dei filosofi greci. L’acuto pensatore preferisce filosofare con un buon piatto tex-mex piuttosto che con cibo greco, partecipa ai parti esclusivamente in toga, e sul set della serie si lascia andare a piazzate alla Christian Bale.
Ecco alcuni spunti dalla sua poetica:
Su La Repubblica di Platone: “E’ buono. Non è il Codice Da Vinci, ma è buono”;
Sulla puntualità: “Essere l’ultimo uomo in un’orgia non è mai una buona idea”;
Sulla bontà: “Tacchino con russian dressing”;
Sulle vacanze: “L’estate scorsa ho portato la mia ragazza a Lesbo. Grande errore”
MR. DEITY
Mr. Deity, ovvero tutto quello che avreste voluto sapere su Dio e che lui vi ha sempre tenuto nascosto.
La serie, ideata, diretta e interpretata da Brian Keith Dalton nel ruolo di Dio, è nata come prodotto per il Web nel 2006. Il successo è stato tale che la Sony ha messo sotto contratto il cast per la seconda stagione e per una versione TV per HBO. A maggio è arrivata sul Web anche la terza stagione. Umorismo ultraterreno.
Il finto spot per l’iPhone ha tratto in inganno un po’ tutti: alcuni hanno creduto che fosse davvero uno spot, altri hanno preso sul serio Lynch e gli hanno anche risposto. Questa è la video risposta più geniale.
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Eclectic Method: Our Story. Ovvero come dirlo con le parole degli altri. Jonny Wilson, Ian Edgar e Geoff Gamlen sono i remixer ufficiali di Sony, MTV, U2, Festival di Cannes e Sundance. Hanno mashato, remixato e tagliuzzato di tutto: da Tarantino a Stephen Colbert. Our Story è una sorta di presentazione/dichiarazione programmatica del loro lavoro di VJ. Da non perdere Lock Up Your Videos: un’ora di delirante, lisergico e iponotico mischione.
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Vivere in Italia di Nino Moroni. Non si sa molto di questo Moroni. La pagina dedicata su myspace dice:
Nino Moroni è un ragazzo emigrato in Australia tra gli anni ’60 e ‘70 di cui non si hanno più notizie. Il nipote, David Florio, ha ripreso il brano dello zio e lo ha aggiornato, mantenendo il nome dello zio per rendergli omaggio. Insieme a David Florio, al progetto collaborano Enrico La Falce e Mauro Tondini, forti di una collaborazione pluriennale sulla produzione musicale.
La canzone è rassegnata, maliconica e leggera e si mischia perfettamente con la tragicomica amarezza delle grame sorti di Carmela e Amedeo, i personaggi di Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata. Il mashup dell’esodo estivo.
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Justin Cone è l’autore di Building On The Past video vincitore di un contest promosso da Creative Commons. Se la produzione culturale si base di gran lunga sul riutilizzo di contenuti presistenti (remake, adattamenti, narrazioni crossmediali) allora i costi della proprietà intellettuale diventano un freno all’innovazione. Non vi convince? Leggete questo.
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Il trailer recut è uno dei generi più frequentati. Vi ricordate Scary Mary? The Trailer Mashup cerca di tenere il conto di tutti i trailer recut rintracciabili sul Web, ma il finto trailer di Thundercat è un piccolo gioiello che brilla per la ricchezza delle fonti e la cura della post produzione. Io ci sono cascato e ho cercato informazioni su IMDB, ma, al momento, pare che Brad Pitt non abbia firmato alcun contratto con cui si impegna a imbellettarsi da Lion-O.
#——————————> 5
Time For Vidding. Jonesy e Killa sono diventati delle piccole star dello slash vidding dopo che Henry Jenkins ha elogiato il loro lavoro. Il vidding a tematiche omosessuali è uno genere piuttoso presente nel territorio del mashup politico. Gli attivisti del mashup si propongono di denunciare l’assenza di contenuti GLBT oppure di ribaltare le rappresentazioni di gender presenti nelle produzioni cinematografice e televisive. Political Remix Video raccoglie i lavori più significativi e divulga il verbo del mashup politico.
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Altro vid, ma questa volta niente revanscismo. Anzi, non saprei dire se questo mashup sia più paraculo o più furbo. Harder, better, faster, smaller decision.
#——————————> 3
A parte le righe della t-shirt di Astley e quelle della maglia di Cobain, esiste qualcosa che possa far stare insieme Smells Like Teen Spirit e Never Gone Give You Up? A quanto pare sì. A meno che non sia un ennesimo caso di rickrolling, DJ Morgoth è riuscito a tenere insieme le due tracce audio mentre Thriftshop XL ha editato i video.
#——————————> 2
Ok è un po’ scontato, ma che dire… il lip synch di Should I Stay or Should I Go è una sorta di punto di riferimento nell’universo dei mashup. Da non perdere anche gli altri lavori di rx2008.
#——————————> 1
Per la serie Bellissimi di Rete 4, dai creatori di 10 Things I Hate About Commandments e Must Love Jaws , l’attesissimo Glen & Gary & Glen & Ross, la straziante storia di quattro amici affetti dalla sindrome di Tourette. La disperazione non lascia loro via d’uscita finché la strada per la salvezza si manifesta in un medico visionario che con caparbia e fermezza insegnerà loro come comunicare e ritornare a sperare. L’intensa e commovente interpretazione di quattro star guidate dalla regia rigorosa e intensa di Mike Dow e Ari Eisner. Buona visione.
Scopro qui di questa *incoraggiante* intervista di repubblica a Nanni Moretti. Le solite cose: lavori in corso, progetti futuri, cosa ne pensa di questo e di quello. Insomma tutto sotto controllo, come da copione, ma, per chiudere in bellezza, arriva la sparata finale:
C’è molto allarme per la pesante decurtazione dei fondi pubblici destinati al cinema.
“So e capisco tutto. Però c’è anche una responsabilità del pubblico, per il quale il cinema non è più centrale. Tutti stiamo sottovalutando il momento di difficoltà delle sale, che ora chiuderanno una ad una. Perché le persone sono disposte a spendere qualsiasi cifra per mangiare in un ristorante dove devono urlare per farsi sentire. O per una partita che forse finirà zero a zero. Ma il cinema, la cosa che è aumentata di meno negli ultimi quindici anni, quello no: costa troppo. Per non parlare dell’abitudine orrenda di scaricare illegalmente da Internet. E basta con il luogo comune di premettere sempre: “io non do giudizi”. Io sì, li do. Non mi piace quel modo di vivere lì! Non mi piace che uno stia con il culo appiccicato alla sedia e con la sedia appiccicata al computer. Mi piace più il mio, di modo di vivere. E vedere i film in un cinema, in mezzo agli altri. Tra poco i cinema chiuderanno tutti. E non è colpa della politica o delle istituzioni, ma delle persone che hanno la possibilità di scegliere di fare una cosa e un’altra. Anche tra noi, registi o scrittori, c’è chi potrebbe scegliere ma non lo fa. Io, da quando fondai la Sacher con Angelo Barbagallo, ho escluso la possibilità di farmi finanziare i film dal gruppo Berlusconi. Ho cercato di essere coerente. Una cosa imparata da mio padre, che era liberale”.
Pubblico beota che non capisci nulla di cinema e che scarichi film da Internet, vergognati! Verrebbe da rispondergli: “Moretti di qualcosa di sinistra”. O meglio, verrebbe da chiedergli: “Perchè insultare in modo così rozzo persone che hanno gusti e abitudini diverse dalle sue? Che ne sa Lei della Casalinga Treviso, del Bracciante Lucano, del Pastore Abruzzese? Perchè deprecare in modo così ottuso pratiche che posso innescare meccanismi virtuosi per i mercati di sbocco? Perchè arroccarsi nella polverosa e passatista idea che il film se non passa in sala non è degno di nota? Sa che esistono tantissimi film che circolano solo sul Web e che non riuscirebbero a uscire in sala? E sono bei film. Si è mai posto il problema di distribuire un suo capolavoro su una piattaforma on-line? Magari potrebbe guadagnarsi un pubblico più vasto, magari internazionale? Cosa ne sa Lei del Cybernauta di New York? Di cosa guarda e come lo guarda…? Sa che i film, da diversi anni ormai, non si fruiscono più solo in sala e non solo sui computer, ma anche (si turi il naso) sui lettori portatili, in treno e in aereo? E ancora, perché se i cinema chiudono dovrebbe essere colpa degli spettatori? Le è mai sorto il dubbio che forse le cose potrebbero andare esattamente al contrario? Moretti, perché parla di cose che non conosce?”
Questa volta i fan sono stati mobilitati per il videoclip di Hibi no Neiro, singolo del primo mini album dei giapponesi Sour.
The cast were selected from the actual Sour fan base, from many countries around the world. Each person and scene was filmed purely via webcam.
Director: Masashi Kawamura + Hal Kirkland + Magico Nakamura + Masayoshi Nakamura
Where indipendent Happens è la tag line di IndieGoGo la piattaforma Web che mette a disposizione dei viedeomaker tutti gli strumenti per la raccolta fondi e la promozione di un film attraverso la rete.
Il progetto di Slava Rubin, Danae Ringelmann e Eric Schell si propone di mettere al centro delle dinamiche produttive e realizzative il rapporto tra videomaker e spettatore finale. In un panorama caratterizzato dalla moltiplicazione delle possibilità di accesso al Web, il rapporto tra spettatore e prodotto audiovisivo cambia radicalmente e i tipi di IndieGoGo lo hanno capito perfettamente proponendo un servizio che permette di creare un rapporto costante, paritario e monetizzabile tra videomaker e spettatore.
Ogni regista può aprire un account sulla piattaforma e utilizzare gli strumenti integrati e orientati alle dinamiche 2.0 per comunicare e diffondere il proprio progetto cinematografico sui social network più adatti alla raccolta dei finanziamenti. Infatti, l’idea alla base della piattaforma è la produzione è la nuova promozione. Ogni videomaker darà inizio alla fase promozionale del progetto già con il lavoro di preproduzione chiedendo ai propri contatti di supportare il film attraverso le donazioni in denaro. IndieGoGo, in cambio del servizio, tratterrà il 9% di ogni donazione.
In questo video Slava Rubin spiega nel dettaglio le caratteristiche e le potenzialità di IndieGoGo.
La proposta delle produzioni partecipate dal basso non è certo nuova. Qui è possibile trovare alcuni esempi di progetti simili; nella lista manca, però, l’italianissima malastrada.film.
La peculiarità di IndieGoGo sta nella capacità di far fruttare le relazioni costruite attraverso i social network; relazioni che devono essere coltivate quotidianamente all’insegna della trasparenza se si vuole che questi contatti diventino finanziatori.
Inoltre, è interessante la proposta di una modalità di produzione audiovisiva innovativa e partecipata, completamente slegata dalle dinamiche di produzione consolidate e che si distanzia dalle logiche assistenzialiste che forgiano l’idea di prodotto culturale (idea tipicamente italiana, non certo americana).
Infine, IndieGoGo conferisce valore e potere al consumatore finale che ha la possibilità di diventare un produttore. Ciò evidenzia le potenzialità economiche del fandom, delle audience attive e di tutto l’indotto che questi utenti riescono a generare.
Resta da capire se IndieGoGo riuscirà nell’impresa di far “succedere l’indipendenza”.
Ecco alcuni dati sparsi e non omogenei relativi ai risultati ottenuti dal progetto:
Two films that have used IndieGoGo as a promotional tool will be screened at Sundance next week. Another film that has used IndieGoGo, Tapestries of Hope, has raised more than $20,000 through the site. In total, 1000 projects from more than 50 countries are using the site.
More than $80,000 have been raised through IndieGoGo, Slava Rubin the company’s chief of strategy and marketing, told The Industry Standard.
“Some projects are getting more than 50% of their funding from people that they don’t really know,” Rubin said. “It’s surprising, the connections that are made.”
film funding site has collected $100,000 so far from its members to support the production of independent films.
I asked the obvious question: how many films have been made — and released — so far with IndieGoGo support?
Here’s what he said via e-mail (I added links, and the $ raised):
‘Tapestries of Hope‘ has gotten $22,500 but still [has yet] to finish – almost there.
‘Gemini Rising‘ is a webisode series released and they got nominated for a Webby (about $1,800)
‘The Lilliput‘ is in production ($10,000)
‘Shelter in Place‘ is in final stages ($7,500)
Sembra ancora presto per capire se il prototipo di IndieGoGo avrà successo, sicuramente ci sono i segnali per considerare seriamente la pratica del DIWO (Do It With Other, evoluzione della logica del DIY – Do It Yourself) come possibile alternativa produttiva e promozionale.
Here is a heavy metal version of the classic muppets song MAHNA MAHNA performed by a band called “SKIN” Debut version “Mah Nà Mah Nà” debuted as part of Umiliani’s soundtrack for the Italian softc… Here is a heavy metal version of the classic muppets song MAHNA MAHNA performed by a band called “SKIN”Debut version“Mah Nà Mah Nà” debuted as part of Umiliani’s […]
I've discussed in the past why I'm not thrilled about the use of the word "piracy," even as it has become rather standard for describing unauthorized file sharing. It's inaccurate, and is used by the entertainment industry to paint a picture of pure evil, where a more nuanced and accurate view might help. At the same time, with the r […]
Shocklee points us to an awesome little app that lets you type in whatever lyrics (or, well, words) you want, hit play, and whatever you type will be sung for you, using clips from various famous songs. It's a really fun little app (though, I was amused that they have no clip for the word "lyrics" despite the service being all about lyrics) an […]
A recent video on YouTube, which shows a car hit by a large wrecking ball, is fast approaching viral status on the site. The video description attempts to paint the incident as real and claims that a, “Dodge minivan that entered a closed construction zone in Manhattan was accidentally hit and flipped over by the wrecking ball as onlookers watch in horr […]
Search Google for Ron Livingston, the man of Office Space (and Sex and the City) fame, and you’ll find IMDB links for information on his acting career. You’ll also come across a Wikipedia page on the movie and TV star, with inaccurate details on his personal life. And that’s the problem. Since May, Livingston has continually fallen victim t […]
Per prima cosa non è vero perché non è vero, nel senso che è falso. Un milione non l’ha fatto nemmeno Cofferati al Circo Massimo, il segretario carismatico della più grande organizzazione sindacale del paese, all’apice della forma. Poi non è credibile per quello che siete: gente di internet, dei dei blog, gente di facebook. [...]
A me piace sentire le radio di tutti i tipi, anche quelle di noia programmatica. Tipo che quando sono solo in macchina poi metto su Radio Maria e mi lascio rincoglionire dai rosari salmodiati, oppure anche da Radio Padania e i suoi esperti di qualsiasi cosa ma padana. Ho sempre avuto un certo gusto per [...]
(verb)- to drop in a photo unexpectedly...to hop in a picture right before it is taken. sarah: hey why is jimmy in the background of our prom picture? ryan: idk, he must have photobombed it at the last second.
n. The person that is on the receiving side of a one way conversation. I couldn't get a word in edgewise. She kept talking to me about her shoes, purse, and how her best friend just got dumped. I am a word receptacle.